Predicazione del culto del 17 maggio 2026 nel tempio valdese di corso Vittorio Emanuele II presieduto da Elisabetta Ribet, “Giornata contro l’omofobia e la transfobia 2026”.
1 Ecco, i giorni vengono», dice il SIGNORE, «in cui io farò un nuovo patto con la casa d’Israele e con la casa di Giuda; 32 non come il patto che feci con i loro padri il giorno che li presi per mano per condurli fuori dal paese d’Egitto: patto che essi violarono, sebbene io fossi loro signore», dice il SIGNORE; 33 «ma questo è il patto che farò con la casa d’Israele, dopo quei giorni», dice il SIGNORE: «io metterò la mia legge nell’intimo loro, la scriverò sul loro cuore, e io sarò loro Dio ed essi saranno mio popolo.
34 Nessuno istruirà più il suo compagno o il proprio fratello, dicendo: “Conoscete il SIGNORE!”, poiché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande», dice il SIGNORE. «Poiché io perdonerò la loro iniquità, non mi ricorderò del loro peccato».
Geremia 31:31-34
La storia di Dio con l’umanità è una storia d’amore.
E come ogni storia d’amore, si costruisce, si avvolge, si srotola. Vive momenti meravigliosi e momenti drammatici, infiniti, profondi momenti di cura, passione, contemplazione, e anche di rabbia, paura, tradimento e delusione.
Perché Dio ama l’umano di un amore immenso, e l’umano ama Dio come può.
In modo tenero, commovente, contraddittorio e maldestro, collezionando figuracce e sogni meravigliosi, di immensa potenza.
Difficilmente l’umano lascia che Dio lo ami e basta.
Perché vuole spiegare lui – lei, la creatura – come Dio lo debba amare, e quando.
O perché non si sente degno di un così grande dono.
Oppure ancora perché questa creatura che sono è troppo presa dalla sua agenda, dalle sue quotidiane lotte, faccende e rivendicazioni: è troppo impegnata – o troppo angosciata? – per rendersi conto di essere amata.
Difficilmente la creatura umana si lascia abitare dall’amore di Dio, perché è abitata dalla paura.
La paura di altre creature tutto attorno, la cui esistenza sembra – o è, a volte, non neghiamolo – una minaccia. La paura di non riuscire a dare, a fare, ad essere “abbastanza”. La paura di non aver capito bene. La paura di aver capito fin troppo.
La storia di Dio con l’umanità è una storia d’amore.
E perché ci sia amore è necessaria la fiducia, è necessario af-fidarsi, ri-conoscersi. E poi costruire, camminare, immaginare, tornare indietro, capire meglio, fare pace, divertirsi. Annoiarsi, anche, a volte. E litigare. E ricominciare, di nuovo, tutto il giro. Ogni volta in modo diverso, ogni volta le stesse dinamiche.
Tutto questo, molto altro, l’antico Israele lo chiamava berit: alleanza, patto, impegno.
Tutte parole che includono ,comprendono, necessitano reciprocità. Tu. Io. Il mio Dio, il mio popolo. “Io sono del mio amato e il mio amato è mio”, dice il Cantico dei cantici.
Geremia, poi, nei versetti che abbiamo letto, affianca alla parola “patto” l’aggettivo “nuovo”. Un Nuovo Patto.
Al popolo deportato, disperso, sradicato e triste a cui si rivolge, il profeta porta una promessa: Dio, il Signore, dice che farà un nuovo patto con noi. Con noi che lo abbiamo tradito, che abbiamo spezzato l’alleanza. Con noi che rinneghiamo, tentenniamo, dubitiamo. Noi che nella sorella, nel fratello, non vediamo l’immagine divina ma il nemico, l’ostacolo, il “diverso”. Quell’altro difettoso, fastidioso, la cui presenza mi serve a raccontarmi che io sono meglio, che i suoi errori, le sue stramberie sono evidenti, fin troppo, da disprezzare e condannare.
Dimentichiamo spesso – o forse ci lasciamo un po’ trascinare dalla facilità di certi cammini in discesa – che i patti e le alleanze tra esseri umani hanno delle caratteristiche essenziali, di costituzione, inesorabilmente, radicalmente diverse da quelle che può stabilire con noi l’Essere che chiamiamo Dio. Quell’Essere che definiamo Padre, Madre, fonte di vita, amore, perdono.
Il nuovo patto, dice Geremia, viene da lui, da Dio. Non da noi. La nuova alleanza è nuova solo perché è Dio a ricominciarla, a rinnovarla ed a ricostituirla.
E sempre la Bibbia ci insegna e ci ricorda che questa alleanza, Dio, la rinnova e la riaggiusta più volte.
Con il segno posto addirittura su Caino
Con l’arcobaleno sulle acque del diluvio che si avvicina
con le nascite da donne sterili, in menopausa, da donne che la natura e la società avevano ormai privato del Possibile.
Il Patto con la creatura umana Dio lo rinnova attraverso intere generazioni, intere epoche.
E “rinnovare”, nel linguaggio di Dio, nel suo racconto d’amore, significa che “il vecchio”, “l’errore”, il “prima” non è cancellato, non è squalificato, affatto. E’ oltrepassato, compiuto. E’ la base, ciò che abbiamo imparato fino a qui e che ci mostra, oggi, come possiamo proseguire, come possiamo – ognuno, ognuna – nascere di nuovo, da capo. E questo è possibile imparando ad amare “tutta me”, perché amare tutta me è la cosa che Dio, per primo, fa da capo ogni giorno.
I vangeli ricordano, poi, secoli, generazioni dopo Geremia, che Gesù si è ricordato queste parole nel momento più importante della vita della chiesa nascente.
“Il nuovo patto nel mio sangue”.
E con queste parole, con questa definizione, crollano tutte le barriere che noi, tra umani, pensiamo di poter erigere a nostra “protezione”.
La morte e la resurrezione, ci dice, è per ogni singola persona. Per amore di ogni individuo. A riconciliare, a perdonare ogni errore, a dire la possibilità di rialzarsi da ogni caduta, a benedire ogni richiesta di perdono.
Perché la scala di valori, la graduatoria dei peccati stabilita dall’essere umano – tendenzialmente, fin troppo spesso, da uomini, bianchi e occidentali – è infinitamente, ridicolmente dettagliata, ipocritamente puntigliosa, rispetto a quella divina. Dio chiama peccato l’odio. L’odio e il giudizio, la violenza fisica e morale contro il nostro simile, contro la nostra avversaria. Chiama peccato, Gesù, la bestemmia contro lo Spirito Santo. L’idolatria, il fato di ritenere che Dio non sia abbastanza fertile in amore e cura per poter accogliere, perdonare e benedire chiunque lo chieda con consapevolezza.
Se la vocazione che riconosciamo come rivolta ad ognuno, ad ognuna ed alle comunità di fede da parte di Dio è vocazione alla cura ed alla comunione, allora un primo passo è quello di vedere in ogni persona che ho attorno un individuo degno dell’amore divino tanto quanto me.
Difficilissimo. Da panico. Da rinunciare, subito. Da dire “sì, Signore, certo”, e poi scappare il più lontano possibile, come ha provato a fare Giona.
Oppure meraviglioso, pazzesco. Una sfida che ispira e mostra orizzonti altri, comunità altre, immense ricchezze, benedizioni di speranza.
Cos’altro aspettiamo per provarci?
Amen
Elisabetta Ribet, 17 maggio 2026,
giornata di sensibilizzazione contro l’omo-bi-lesbo-transfobia