Siamo seduti nella sala del Concistoro della Casa Valdese, un sabato mattina, e attorno al tavolo siamo una buona dozzina di persone. Lo prenderemo più tardi, il caffè: prima discutiamo, ricordiamo, raccontiamo. Queste sorelle e questi fratelli della Comunità valdese di Torino mi hanno invitata a condividere un tempo di riflessione sulla storia, le sfide, gli strumenti e le risorse che nutrono l’attività di “Tempio aperto”, che ha luogo il sabato pomeriggio nel tempio valdese di corso Vittorio Emanuele II, 23.
Era il 1961 quando, su proposta del pastore Ayassot, un nutrito gruppo di persone si rese disponibile ad accogliere chi, visitando Torino in occasione dell’esposizione internazionale “Italia 61”, avesse voluto scoprire anche il tempio valdese e la comunità che lo abitava.
La sfida di aprire le porte e raccontare a chi lo desidera la nostra storia, la nostra fede, da allora, è tornata regolarmente. In periodi specifici, come a metà degli anni Novanta, con il gruppo che si era chiamato dei Leviti, «per non montarci troppo la testa», mi dicono sorridendo: «In fin dei conti, è un servizio di umiltà e di accoglienza», prima in concomitanza con eventi particolari sul territorio cittadino e regionale, come le Olimpiadi invernali del 2006, e poi in modo più regolare e costante. Mentre raccontano, Lilia, Silvia, Dino, Max, Beppe e gli altri si illuminano, si sorridono, ricordano con gratitudine e anche una punta di orgoglio questo cammino comune, fatto di episodi e di costanza, di lavoro di squadra e di un profondo impegno personale.
Oggi, queste sorelle e questi fratelli – sempre in cerca di nuove energie per portare avanti questo progetto – mi dicono dell’importanza di questi dialoghi, delle domande che ricevono, dell’incontro con singoli e gruppi di persone. Narrare la nostra storia, spiegare le convinzioni che nutrono la nostra fede, «rendere conto della speranza che abita in noi» è come una sorta di formazione che facciamo a noi stessi, non soltanto a chi ascolta ciò che abbiamo da testimoniare.
Ma la preoccupazione più grande, per loro, è quella di trovare modo di accogliere nel migliore dei modi chiunque entri. Le domande, i cammini e le motivazioni che conducono i visitatori nel tempio di corso Vittorio sono moltissime. Altrettanto ricco e diversificato, quindi – lo sanno bene, e non smettono di rifletterci e di lavorarci – dev’essere il modo in cui ognuno e ognuna di queste nostre sorelle e fratelli impara sempre meglio ad accoglierli e a dire loro, per prima cosa, una parola: Benvenuti!
Elisabetta Ribet