«Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano,
affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli;
poiché egli fa levare il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni,
e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti».
Matteo 5:44-45
A chi sta parlando, Gesù, in questo racconto?
Ad una folla, ci dice Matteo, composta di persone di diverse origini – siriani, greci, ebrei – con lingue, storie, culture, fedi differenti. Riunite attorno alla predicazione, alla cura, a colui che li guariva, li guardava negli occhi, dava loro tempo e spazio. Perché sì, pur avendo cammini e storie – identità, diremmo oggi – diverse, chi per primo ascolta Gesù ed accoglie la sua Parola è chi conosce la sofferenza, la malattia, l’emarginazione, il giudizio degli altri, l’abbandono. Matteo, poi, come sappiamo, scrive il suo Evangelo per una comunità di ebrei divenuti cristiani: da qui le tante citazioni dei testi della Legge e dei Profeti.
Cosa dice loro, questo predicatore-guaritore?
“Io non sono venuto ad abolire, ma a portare a compimento” – a completare, a “rendere perfetto” quello che già era stato detto, fatto, promesso.
E cosa era stato detto?
Molte cose. In questa parte del “sermone sulla montagna” Gesù ne ricorda sei. Sei “comandamenti”, sei esortazioni offerte al popolo israelitico.
La sesta, l’ultima, quella su cui questa sera meditiamo, parla di amore.
Fu detto: “Ama il tuo prossimo e odia il tuo nemico”.
Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano.
Questo comandamento, questa esortazione, così come Gesù la cita, attraverso le parole di Matteo, viene dal libro del Levitico. Il capitolo 19, importantissimo, in questo libro biblico pieno di leggi e di norme. Un capitolo che inizia, guardacaso, con le parole: “Siate santi, perché io, il SIGNORE vostro Dio, sono santo”.
Tra le cose da fare per essere parte del popolo eletto, dice il Levitico, troviamo quindi questa esortazione:
Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo,
ma amerai il prossimo tuo come te stesso. (19:18)
Ma allora!
Stai a vedere che anche Gesù – o come minimo Matteo, un evangelista – cita i testi sacri facendo taglia e cuci, proprio come lo fanno ancora oggi i manipolatori di verità, senza pudore e senza remore?
No! Effettivamente, il Levitico, qui sta parlando a chi è membro del popolo di Israele, e quindi ad un pubblico ristretto: tra voi, membri del popolo del Patto, non ci sia vendetta ma amore, non rancore ma perdono.
Però in questo capitolo così importante e ricco, che si apre, lo dicevamo, con l’esortazione generale ad essere “santi”, “perfetti”, è anche scritto, in conclusione,
Quando qualche straniero abiterà con voi nel vostro paese, non gli farete torto. Tratterete lo straniero, che abita fra voi, come chi è nato fra voi;
tu lo amerai come te stesso;
poiché anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto. (19:33-34).
Ecco, allora, cosa dice Gesù, ecco cos’è venuto a “compiere”!
Gesù è, qui, colui che traccia la linea che mancava, che mostra il collegamento. E’ il Maestro che ci prende per mano e ci aiuta a capire meglio. E’ colui che dice la Parola che rivela, spiega, indica il cammino. Gesù è la Parola.
Gesù non dice che la Legge e i Profeti sbagliano, o che vanno cancellati, aboliti. Anzi. Ci dice – qualunque sia la nostra storia, la nostra origine – che possiamo e dobbiamo capire meglio. E che meglio siamo in grado di capire la Parola di Dio, più ricco, solido e benedetto sarà il nostro cammino comune.
Ci dice che, se capiamo davvero la Parola di Dio, allora sappiamo bene di essere amate, amati, e chiamati ad amare, e che questa è la nostra forza e la nostra consolazione.
Quindi: amate non solo chi vi è simile, ma ognuno, ognuna, e arrivate fino a pregare per chi vi perseguita.
Detto a questa assemblea, questa sera, in un incontro di preghiera ecumenica, aggiungerei anche che possiamo tranquillamente pregare per la conversione di chi “ci” perseguita: di chi è nutrito solamente di pregiudizio e stereotipo, che non ha nessuna voglia di conoscere davvero l’altro, e che di conseguenza preferisce costruire muri e abolire diritti che mettersi in discussione e osare costruire un mondo di incontro tra culture, fedi e valori diversi, un mondo che non discrimini ma comprenda, una società in cui scorrano il diritto e la giustizia, e non il razzismo e la violenza.
Perché obbedire a questa esortazione?
1. Per essere – nascere – diventare di nuovo figlie e figli di Dio, ci dice il testo.
Perché l’amore, non la vendetta o il disprezzo o l’odio, il diritto, non l’abuso o la violenza, sono ciò attraverso cui possiamo essere riconosciute – da Dio per primo e poi dagli esseri umani – come figlie, come figli.
2. Perché all’amore e alla giustizia di Dio noi dobbiamo testimonianza. Non ad altro.
3. Perché questo è ciò a cui ci chiama la sesta esortazione del Sermone sulla montagna. La sesta, non a caso. Come sesto era, simbolicamente, il giorno in cui, a sua immagine, Dio ha creato l’essere umano.
Amen.
Elisabetta Ribet
Incontro interculturale della Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani
Torino, 23 gennaio 2026