Un Dio che partecipa alle vicende umane

Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti gli angeli, prenderà posto sul suo trono glorioso. E tutte le genti saranno riunite davanti a lui ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri; e metterà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. Allora il re dirà a quelli della sua destra: «Venite, voi, i benedetti del Padre mio; ereditate il regno che v’è stato preparato fin dalla fondazione del mondo. Perché ebbi fame e mi deste da mangiare; ebbi sete e mi deste da bere; fui straniero e mi accoglieste; fui nudo e mi vestiste; fui ammalato e mi visitaste; fui in prigione e veniste a trovarmi». Allora i giusti gli risponderanno: «Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare? O assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto? O nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto ammalato o in prigione e siamo venuti a trovarti?». E il re risponderà loro: «In verità, vi dico che quanto lo avete fatto a uno di questi miei minimi fratelli, l’avete fatto a me».
(Matteo 25, 31-41)

Nel Vangelo di Matteo questo discorso di Gesù è un monito deciso a riconoscere che le nostre scelte hanno un peso reale davanti a Dio. Evocando la scena del giudizio finale, con la separazione tra pecore e capre, Gesù non ha l’intenzione di descrivere un futuro remoto o di angosciarci, ma ci lascia una descrizione a tinte forti dello sguardo di Dio sul mondo e riguardo al modo in cui siamo chiamati e chiamate a viverci.

Quando il Figlio dell’Uomo accoglie i giusti e spiega il motivo della sua scelta, lo fa attraverso immagini di bisogno: la fame, la sete, l’essere stranieri, la malattia, la prigionia. Situazioni che suscitano la domanda di tutti: Signore, quando ti è accaduto tutto questo? La risposta di Gesù svela ciò che spesso rimane nascosto, cioè che ogni gesto di cura rivolto a chi sembra insignificante agli occhi del mondo è considerato da lui come un gesto rivolto alla sua persona. Chi ha bisogno non viene presentato come un peso o un problema, ma come fratello e sorella di Gesù stesso, al punto che ciò che viene fatto o negato a queste persone diventa per il Signore una fatto personale.

Immagini come il fuoco eterno o la divisione tra capre e pecore possono sembrare lontane dalla nostra sensibilità, quasi appartenenti a un immaginario medievale più che al nostro, ma il loro scopo è quello di portare alla luce ciò che è già vero e presente oggi: esistono scelte giuste e ingiuste, atteggiamenti che costruiscono comunità e altri che la demoliscono; ed esistono, in luoghi non così lontani dalla nostra vista, inferni già presenti e reali, creati e alimentati da un sistema economico che calpesta i bisogni umani più elementari.
Il discorso del Figlio dell’Uomo è una dichiarazione di fede e di intenti: fede in un Dio che partecipa alle vicende umane, che prova sollievo per ogni gesto di solidarietà e sofferenza per ogni ingiustizia che colpisce le sue creature. Come obbiettivo a cui tendere, patria a cui appartenere, Gesù ci mostra un Regno che non si fonda sul privilegio e sulla forza, ma sul bene degli ultimi.

Dividere pecore e capre significa allora renderci conto che in ciascuno di noi convivono generosità e chiusura, desiderio di aiutare e tentazione di sottrarci: a noi spetta il compito di indirizzare bene le nostre inclinazioni, orientando la nostra fede e le nostre scelte personali, familiari, comunitarie in base alla rivelazione che Gesù ci trasmette.

Paola Zambon, pastora battista a Torino

 

Meditazione pubblicata sul numero di gennaio 2026 del Piccolo Messaggero, il bollettino delle Chiese valdese e battiste dell’area torinese. Chi fosse interessato a riceverne copia in PDF via email può farne richiesta a segreteria@torinovaldese.org.

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