«Portavano a Gesù anche i bambini perché li toccasse; ma i discepoli, vedendo, li sgridavano. Allora Gesù li chiamò a sé e disse: “Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo vietate, perché il Regno di Dio è per chi assomiglia a loro. In verità vi dico: chiunque non accoglierà il Regno di Dio come un bambino, non vi entrerà affatto». (Luca 18, 15-17)
In cammino verso Gerusalemme, Gesù sta percorrendo la strada che lo sta portando lentamente, ma inesorabilmente verso la fine che gli era stata annunciata, e lui continua a fermarsi per parlare con la gente e per dare i suoi insegnamenti a tutti, discepoli inclusi. Una occasione gliela fornisce l’incontro con alcuni bambini che gli vengono portati perché li tocchi, non sappiamo da chi, né perché, il testo non lo dice, ma possiamo ipotizzare che fossero delle donne, madri o altre parenti, così come ancora oggi molte usano fare quando si trovano davanti a qualcuno che pensano possa fare loro del bene compiendo il gesto quasi magico del porre le proprie mani sul capo ai piccoli, un gesto di fede vivo e non astratto.
Subito intervengono gli apostoli per allontanare i bambini: cosa che fa anche chi oggi svolge un servizio di sicurezza perché il personaggio importante che deve difendere dalla folla e salvaguardare dal pericolo, non venga disturbato. Gesù però, come sempre, capovolge la situazione: a lui non importa che a cercarlo siano donne e bambini, cioè le due categorie meno importanti, quelle che nella scala sociale del tempo non occupavano alcun posto di rilievo. Gesù usa dunque la figura del bambino proprio per dare ancora un insegnamento importante, e manifesta allo stesso tempo tutta la sua tenerezza nei loro confronti “lasciate che i bambini vengano a me e non glielo vietate, perché il Regno di Dio è per chi assomiglia a loro”.
Non si tratta di un incoraggiamento a tornare indietro nel tempo in una fase dell’età nella quale non si è ancora pronti ad affrontare le circostanze nelle quali ci si troverà a vivere, ma si tratta, al contrario, di un invito a seguire e far propri gli insegnamenti con il cuore e la mente aperti come quando si è piccoli, ascoltando chi, accanto a noi, con amore, può guidarci nel nostro cammino futuro; con quelle parole Gesù indica chiaramente quale sia la condizione indispensabile per entrare nel Regno dei cieli. Usa la piccolezza dei bambini, la loro incapacità di essere autonomi, il loro bisogno di avere una guida autorevole per parlare a chi, ormai adulto, è convinto che le sue capacità siano sufficienti per poter gestire la propria vita senza aver bisogno di ricevere e far proprie le parole dell’Evangelo, restando lontano da Dio e dai suoi insegnamenti. Oggi quel richiamo di Gesù è più che mai attuale, e quanti esempi potremmo fare! Ridiventare bambini per ricominciare a vivere l’Evangelo nel modo giusto sembra più importante che mai, ma non possiamo fare a meno di domandarci se oggi tutti quei piccoli che da molti mesi/anni, ormai si trovano a dover gestire la propria vita quotidiana in mezzo a guerre che li hanno resi orfani obbligandoli a vivere come adulti, siano riusciti davvero a mantenere la propria innocenza, e non abbiano imparato dalle circostanze l’odio anziché l’amore. Nascere di nuovo, come verrà detto a Nicodemo, rinascere e mantenere la purezza del cuore, rimanere ancorati a Gesù, alla sua Parola, al suo amore, percorrere con lui il cammino e diventare suoi figli e figlie per poter entrare nel Regno promesso, è questo il grande insegnamento che questo testo ci dà, un insegnamento che dobbiamo saper portare con noi e soprattutto riuscire a mettere in pratica e vivere quotidianamente a tutti i costi.
Eugenia Ferreri, predicatrice valdese a Torino
Meditazione pubblicata sul numero di giugno 2026 del Piccolo Messaggero, il bollettino delle Chiese valdese e battiste dell’area torinese. Chi fosse interessato a riceverne copia in PDF via email può farne richiesta a segreteria@torinovaldese.org.